computer vision

Non era mai accaduto prima, nella storia del mondo, che un numero così alto di immagini, video e tracce audio fosse reso accessibile ad utenti di gran parte del globo in modo così diffuso e aperto, innescando dibattiti non da poco su diritti, riappropriazione, quindi autenticità, e resistenza dei dati al tempo. Scaricare, condividere, montare, remixare sono i verbi che scandiscono le nostre giornate. “Cosa ne rimarrà?”, è una domanda che scorre e ricorre nelle nostre sinapsi a ritmo continuo. La conservazione dei file è argomento complesso, discusso nelle opportune sedi museali, accompagnato dalla sperimentazione di supporti più longevi e/o ovviando l’alterazione di altri attraverso una documentazione soddisfacente. E se la perdita non fosse un problema? L’amnesia che il cervello produce di molte informazioni è un dato ormai accertato – fosse accettato ? – da fonti neuro scientifiche che vendono nella frenesia ipertestuale un’impossibilità di sedimentare troppi dati nell’area preposta alla memoria – l’ippocampo.
Se riflettiamo, nel corso della storia sono rimaste solo le immagini e i fatti più potenti, in grado di bucare l’airbag del tempo. La nostra immaginazione le ha assimilate e conservate, esattamente come accumula in modo produttivo il “patrimonio iconografico” di blog, magazine, videogame, movies .. e lo ri-monta in modo interattivo con gli strumenti di cui dispone.
Accade ora che il controllo dell’artista sulla propria opera venga delegato al controllo di un braccio meccanico. Viviamo forse in una società in cui il nostro immaginare, quindi rappresentare, non è filtrato da algoritmi a noi oscuri ma decisivi?
Sono tali le questioni indagate e poste dai lavori pittorici e scultorei di Marco Mendeni, il quale si avvale di macchine a controllo numerico, di software come Google Deep Dream e delle avventure virtuali di DayZ per rielaborare immagini che possano dare la misura dei mash-up mentali che traghettano la rappresentazione artistica. Ne risultano tavole ad olio che chiudono a cerchio lo spazio del tempo, in una matrice stilistica fra l’essenzialità primitiva del tratto e la trascendenza onirica e arabeggiante delle forme di Google Deep Dream. Il segno incisivo e incandescente della macchina ha fatto il resto. Se da un lato gioiamo per –finalmente – la relativizzazione dell’uomo come centro e metro di misura e azione sul mondo, quanto ci rende perplessi il perfezionamento dell’uomo per la macchina e non viceversa?
Label201 presenta Marco Mendeni – vincitore TINA PRIZE 2016 – con una mostra di opere inedite, prodotte per l’occasione dall’artista, e una live perfomance Lag_0.Dream alle ore 21. Lag_0.Dream è il risultato di un processo di selezione, riconfigurazione e trasformazione di alcuni prodotti di intrattenimento digitali. Scardinando le loro dinamiche essenziali e modificandone il codice di lavoro, vuole stimolare un’osservazione più attenta, contro una fruizione spesso superficiale e banalmente dannosa, parte di una sorta di incoscienza collettiva. La performance della durata di circa 30 minuti sarà un remix in real time di prodotti mediali, cercando nella profondità del codice, nell’improvvisazione e nella imprevedibilità il proprio significato.
Elena Giulia Abbiatici.
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18491584_1318187764895161_4898635727302314185_ocomputer vision, My time machine is burning, Label 201, Roma

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computer vision_2 elaborazione digitale_olio su tavola_100x115cm_2017computer vision 2_Digital processing, oil painting on canvas,100x125cm,  2017

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particolare_computer-vision_8-elaborazione-digitale_olio-su-tavola_100x115cm_2017.jpgcomputer vision 6_Digital processing, oil painting on canvas,100x125cm,  2017

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13a_piccomputer vision 7_Digital processing, oil painting on canvas,100x125cm,  2017
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computer vision_4.1 elaborazione digitale_olio su tavola_100x115cm_2017computer vision 4_Digital processing, oil painting on canvas,100x125cm,  2017

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Credits:
a project by Marco Mendeni
Software: Deep Dream/ Deep Dreamer
Marco Mendeni 2017